L'antico campanile dell'EremoAd apparire ora in tutta la sua grande dimensione è la residenza per anziani, ristrutturata e riaperta nel 2003. L’edificio, realizzato nel dopoguerra dalla Curia come collegio, divenne invece un distaccamento dell’ospedale San Giovanni. Con la sua costruzione furono cancellate molte tracce di quello che per due secoli fu uno dei luoghi principali del panorama collinare: l’Eremo dei Camaldolesi. Secondo la storia fu Carlo Emanuele I intorno al 1600 a promuovere la fondazione di un eremo per i frati Camaldolesi sulla collina di Torino e il suggerimento gli venne dalle autorità ecclesiastiche come una sorta di ringraziamento ex-voto per la fine del periodo di carestia innescato dalle allora frequenti pestilenze. Fu così individuato come luogo ideale l’ampio piano esposto a mezzogiorno e riparato alle spalle dalla vetta del Bric della Croce (712 m), ricco di sorgenti spontanee e circondato dai boschi, che costituivano un tempo un’importantissima risorsa. L’incarico per la progettazione fu affidato all’architetto Ascanio Vittozzi, uno dei maggiori protagonisti durante il periodo barocco che rese famoso il centro di Torino. Per l’Eremo realizzò un quadrilatero regolare, circondato da un muro di cinta al cui interno erano poste, secondo il rigido schema a scacchiera già tipico degli accampamenti romani, trentasei casette per i monaci con annessi i relativi orti. Più in alto sorgeva il grande complesso abbaziale con le sale, la biblioteca, la farmacia, la cappella e tutte le parti comuni, finemente decorate ed arredate in linea con le principali proprietà sabaude. L’Eremo non fu che uno dei molteplici luoghi in cui i Camaldolesi si insediarono in collina dedicandosi alle coltivazioni e rappresentò una sorta di microcosmo autosufficiente aperto alle munifiche donazioni che arrivavano dai nobili della città. Antica cella monastica dell'Eremo dei CamaldolesiQuesto scenario idilliaco, ben rappresentato e magnificato nel disegno del Theatrum Sabaudiae del 1682, si ruppe all’inizio dell’Ottocento quando tutte le proprietà ecclesiastiche passarono allo Stato per via del decreto napoleonico. Da allora i preziosi arredi ed i quadri che adornavano il complesso furono in parte trasferiti nelle chiese di Torino e dintorni, in parte trafugati. Della proprietà messa all’asta divenne proprietario il banchiere Giuseppe Rayneri che la trasformò nella sua residenza collinare. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale furono qui trasferiti segretamente gli uffici di progettazione della Fiat e qui vissero e lavorarono, al riparo dai bombardamenti degli obiettivi sensibili della città, una cinquantina di ingegneri e progettisti. Dopo la costruzione negli anni Cinquanta del collegio, poi divenuto ospedale, rimangono a valle di questo edificio le ultime vestigia dell’antico Eremo dei Camaldolesi: una torre, detta Torre dei Principi, un campanile ed una chiesetta, che necessitano Ceppaia di castagno secolareda anni di un intervento di restauro ed apertura al pubblico. Superato l’Eremo dei Camaldolesi, prima di raggiungere la rotonda presso il Col d’Arsete, lasciamo questo tratto di strada pericoloso per i pedoni a causa del traffico veicolare e svoltiamo a sinistra in discesa per entrare finalmente nel bosco. Dopo pochi passi troviamo un piccolo ristagno d’acqua, in cui sono di solito ben visibili le tracce lasciate dai cinghiali. Non appena superiamo una delle radure formatesi dopo alcuni disboscamenti incontriamo lungo il sentiero alcuni vecchi castagni con il tronco alla base molto grande che portano i segni di una crescita sofferta segnata dagli interventi dell’uomo e del clima. Proseguiamo sempre in discesa fino a incrociare il sentiero 20. Ci possiamo accorgere che il terreno che Cippo segnavia in località Termo Foràstiamo calpestando ha cambiato consistenza, infatti, in alcuni punti emerge un acciottolato in sassi neri di sapore antico. Sono i resti della antica strada vicinale di Termo Forà che, fino al secolo scorso, costituiva un tratto del principale collegamento tra Torino e Pecetto attraverso l’Eremo. Si intravede esposta a levante l’unica villa, di origine settecentesca, di questa parte alta della vallata. E’ indicata nei testi di storia come il Marta perché nella seconda metà del Settecento fu proprietà del capitano della Reale Artiglieria Pietro Marta. Scendendo attraversiamo per la prima volta un piccolo rio collinare poi affluente del rio di Reaglie e giungiamo in prossimità di alcuni orti che ci annunciano l’arrivo nella parte più elevata di Tetti Forni, precisamente nella località chiamata Cascina Nuova, l’antica Vigna Pereno.

Vigna il Marta

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